Crowdsourcing: opportunità o sfruttamento?

Oggi, in occasione della Social Media Week, ho assistito a un dibattito sul tema crowdsourcing. Per chi non lo sapesse il crowdsourcing – cito letteralmente la definizione di Wikipedia – è “un modello di business nel quale un’azienda o un’istituzione richiede lo sviluppo di un progetto, di un servizio o di un prodotto ad un insieme distribuito di persone non già organizzate in un team.”

In pratica un soggetto X, utilizzando appositi portali web, lancia una sorta di appalto online a cui possono aderire freelance e professionisti di ogni angolo della terra, proponendo le proprie idee. Tra tutti i progetti pervenuti sarà poi selezionato il migliore, che vincerà la gara e offrirà quindi il proprio servizio al soggetto X.

Il crowdsourcing si prospetta quindi come una forma di impresa aperta – o open enterprise come la chiamano gli americani – che, attraverso il reclutamento di collaboratori esterni, permette di realizzare progetti in breve tempo. Fin qui tutto sembrerebbe filare liscio. I dubbi nascono però quando si parla dei compensi con cui queste collaborazioni sono retribuite.

Il crowdsourcing è una reale opportunità o è una nuova forma di sfruttamento?

Dubbi , questi, che sono emersi nel corso del meeting di oggi. Gli interrogativi posti da più di uno dei presenti sono stati: “Vale davvero la pena fornire le proprie idee alle aziende per cifre che sono molto spesso modiche? La proprietà intellettuale, in questi casi, che fine fa?”

Il vero punto di forza del crowdsourcing, a detta degli oratori presenti, consiste nella possibilità di aprirsi una finestra online, in quella ricerca di visibilità tipica della comunicazione via web, che costituisce una base fondamentale per il personal branding. Il crowdsourcing avrebbe cioè tutte le carte in regola per spalancare nuove porte, per permettere a chi si mette in gioco di raggiungere altre mete.

Di certo, la visibilità è ormai un aspetto sostanziale nella ricerca di una propria identità professionale. In taluni casi, i vincitori del contest, hanno avuto come premio, l’assunzione da parte dell’azienda stessa che ha chiesto loro aiuto. Ma non sempre le prospettive sono così fortunate e offrire la propria creatività su un piatto d’oro, senza quasi batter ciglio, può far restare con l’amaro in bocca.

Il dubbio, perciò, resta.

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